22/07/15

Questa ve la devo raccontare...

FioriPortulaca

Domenica mattina scorsa, vittime di Caronte - mai nome fu più appropriato - io e il mio compagno decidiamo all'ultimo momento di metterci in macchina e dirigerci in vetta Amiata. Due ore di strada non ci spaventano: i 30 gradi fissi che abbiamo dentro casa da giorni invece sì, quindi via. E una volta lassù che mangiamo? Niente paura: è pieno di ristorantini, bar, rifugi e quant'altro, inoltre è troppo tardi per passare a comprare la roba da pic-nic perciò ci affidiamo alla sorte. La cosa per noi è abbastanza rara: di solito programmiamo qualsiasi spostamento in virtù del ristorante da provare, da buoni gastrofissati che siamo, ma Caronte inforna legna a tutto spiano, e i ragionamenti cedono il passo al torpore.
Per strada, riacquistato l'uso del neurone grazie al climatizzatore, contatto una mia amica toscana per chiederle cosa e dove mangiare in vetta. "Vai allo Scoiattolo, è proprio in cima: mangia un panino lì o qualsiasi altra cosa!" Evviva: habemus pappam. Tranquillizzati sulla disponibilità di cibarie, imbocchiamo la strada che da Piegaro sale verso Città della Pieve. Dopo il salitone, appena la strada rispiana, eccoti partire al galoppo un capriolo dal ciglio della strada verso di noi. Inchioda sterza controsterza: evitato. Secondo me il capriolo ha proseguito la sua corsa verso Lourdes per accendere un cero, visto il pelo che gli abbiamo fatto, e noi pure via, verso le fresche cime.
Siamo lungo la strada che da Ponticelli sale a San Casciano e ci fermiamo per un caffè; un vassoio di biscottoni al limone ammicca dal banco frigo e cediamo: uno in due. Caffè con biscotto al gusto di detersivo per piatti va segnato fra gli abbinamenti da non ripetere mai più. Risaliamo in macchina senza battere ciglio e via, verso le fresche frasche.
Imboccata la strada che da San Casciano porta a Trevinano e poi prosegue giù verso la Cassia, il tempo di fare due tornanti ed eccoti un branco di pecore. E quando dico branco, anziché gregge, intendo che non se ne vedeva la fine. In testa c'era il pastore con un pick-up targato Viterbo tutto bozzato, come la Citroen-enfant-terrible, rigorosamente contromano. Sul ciglio di qua, verso di noi, il cane, e sparse ovunque, le pecore. Procedendo a passo ovino e sperando che nessuno sopraggiunga dalla parte opposta, piano piano riusciamo a passare. Via, senza paura, verso le ambite alture.




Il monte Amiata è bellissimo: l'avete mai visto? Come montagna di milleottocentometri è pure curiosa, perché qualsiasi altro monte di quell'altezza è pelato come Mastro Lindo, mentre lui no. Sarà mica perché millemila anni fa era un vulcano? Fatto sta che lui è verdeggiante, alberato, fresco, popolato di boschi puliti e fitti. O meglio, fitti quanto basta per farci il pic-nic in mezzo o per attaccare l'amaca da un tronco all'altro. Con Caronte di fuori, quindi, è il paradiso. Infilato il salitone che dalla Val D'Orcia più riarsa si inerpica in vetta, e affrontati uno dopo l'altro i curvoni nella boscaglia, ci rendiamo conto che ogni altro essere umano del centro Italia, quel giorno, ha avuto la nostra stessa idea. Macchine con una ruota sul ciglio del burrone, macchine fra i tronchi come le amache, macchine creativamente spiaggiate ovunque; come Rimini a ferragosto, praticamente. Sconsolati, arrabbiati con noi stessi ma anche resuscitati dai 20 gradi che fanno lassù, incastriamo la Polo fra un muretto e la strada e ci abbandoniamo con rassegnazione al resto dell'umanità.
Cibo: sono le 13.20 e ci serve del cibo. Con lo sguardo cerchiamo il locale indicato dalla nostra amica ma non lo troviamo: va beh dai, un bar vale l'altro, visto che i ristoranti son tutti pieni. Entriamo in uno qualsiasi. Lì per lì la situazione si presenta bene: la sala bar, arredata come una baita tirolese, è semivuota: dai che ci mangiamo due panini e poi ci andiamo a infilare nel bosco col plaid e l'acqua fresca. Facciamo la fila e arriva il nostro turno: i clienti davanti a noi, nel tentativo di ordinare un tagliere, si sentono dire che occorrono dai quaranta ai cinquanta minuti per averlo: butta male. Arriva il nostro turno e ordiniamo due semplicissime piadine, che arriveranno ben 45 minuti dopo, e solo a seguito di ripetute sollecitazioni. Ora. Ma ci vuole tanto a preparare dei panini e tenerli lì pronti da scaldare all'arrivo dei millemila clienti che di domenica arriverano? Solo questo dico. Solo questo.
Ingurgitiamo le orribili piadine e saliamo sulla seggiovia che porta in cima. Ecco lo Scoiattolo: è l'unico locale chiuso e pure in vendita. La fortuna ci perseguita. Troviamo un sasso liscio e pieno di muschio, ma inclinato a 30 gradi, e ci stendiamo il plaid: la pennichella in bilico ci voleva proprio.
Al risveglio, consci del fatto che prima o poi tutta quella gente dovrà, come noi, tornare a casa, ci rimettiamo in macchina per evitare l'ora di punta dell'esodo. Scendendo, ci accordiamo con la nostra amica di prima per cenare insieme al Pesce d'Oro a Chiusi, visto che il pranzo era andato unpo'così: dai, che Radicofani è di strada! Vedrai che bel paesino, che aria fresca: è pur sempre a ottocento metri di altezza! Imbocchiamo così la strada che da Abbadia San Salvatore conduce a Radicofani.
Giunti sulla Cassia, e pochi metri prima dell'ultimo bivio per Radicofani, quasi facciamo un frontale con un simpatico guardrail di cemento armato messo perpendicolare al senso di marcia. Strada chiusa per frana, e nessuna, ripeto nessuna precedente segnalazione. Panico. E ora? Come saliamo? Che giro dobbiamo fare? In quel momento, da una stradina imbrecciata lì a lato sbuca una macchina. Mi sbraccio e li fermo: "scusate, come si fa a salire su a Radicofani? E' questa la strada giusta?" - "Sì sì andate pure, ma dovete fare il guado." - " IL GUADO?" dico io con la faccia a punto interrogativo. La ragazza che stava seduta dietro mi fa "sì ma tranquilla, non c'è acqua: l'importante è che andate piano piano". Ci facciamo coraggio e imbocchiamo la stradina, che dire dissestata è dire poco: bombardata forse rende meglio. Procedendo a passo di nano arriviamo al fiume. Ho detto fiume non a caso: c'era acqua. Tanta. A scroscio. Maremma, e ora? Non si capiva assolutamente in quale punto fosse possibile il gesto atletico del guado perciò, imprecando contro i marani che ci avevano spinti lì, riusciamo a tornare indietro e a trovare un altro bivio per Radicofani, parecchi chilometri più su, alla faccia loro.
La sera a cena raccontiamo tutto alla nostra amica che candidamente fa: "ah sì ma noi toscani siamo così... un po' cignali... fosse capitato a me l'avrei fatto di sihuro il guado"!
Morale: se volete andare al monte Amiata andateci in un giorno infrasettimanale, col cibo appresso, e possibilmente con qualche amiho cignale toscano col pelo sul petto e lo spirito d'avventura di MacGyver :)
E ora, per festeggiare la fine di Caronte, ecco un'idea fresca e meravigliosa:

INSALATA DI CETRIOLO, COCOMERO E MENTA

Non è una ricetta ma una cosa buona che ha preparato il mio compagno l'altra sera. Si tagliano a cubettoni un cetriolo e un pezzo di cocomero, privato dei semi. Si condiscono con sale e olio extravergine, si aggiungono foglie di menta tritate finemente, si mescola e si mangia. Se lo gradite, sappiate che ci sta bene anche lo zenzero fresco.

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